We have a dream. Che Barack Obama possa continuare a predicare bene e cominciare a razzolare ancora meglio. Perché il buon proposito esposto nel suo memorabile discorso alla nazione nello stadio Invesco di Denver, con effetti speciali degni del cinema di Hollywood, è dei più nobili: cioè che l’America riesca a tornare davvero grande e a mostrare il suo vero volto, non di certo quello messo in vetrina da George Bush. E così, dopo la pubblica benedizione della ex rivale seminata per strada, Hillary Clinton, Obama ha fatto capolino dal pulpito, neppure troppo timidamente. Tono deciso, volto sorridente e, come sempre, da copertina. Denti perfetti e bianchi come mandorle appena sgusciate, sorriso magnetico, sguardo marpione, linguaggio accattivante, come si dice “ a effetto”. Insomma, Obama è apparso con tutte le carte in regola per avere successo, nella vita come in politica. Tutto si è svolto secondo copione, essendo stato preparato con cura e studiato nei minimi dettagli.
Del resto, la politica è un grande show mediatico, negli Usa ancora più che a casa nostra. E, si sa, ogni show che si rispetti, se è ben fatto, deve saper tenere incollati gli spettatori per l’intera durata. In questo caso, così è avvenuto. Certo, anche per merito di un team di lusso, che ha ben guidato l’unico candidato democratico in lizza alle presidenziali, che ora si sta allenando a percorrere gli ultimi chilometri in vista del possibile traguardo. Perché la Casa Bianca è sempre più vicina e, paradossi del III millennio, potrebbe davvero essere abitata per la prima volta da un nero.
Un discorso, quello di Obama a Denver, attesissimo, che ha messo in luce le linee programmatiche di una politica all’insegna della discontinuità netta con il candidato uscente, colpevole di aver “ indebolito l’economia e offuscato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo”. E già, offuscare l’immagine non è roba da poco. Anzi, è una vera tragedia, specie per uno come Obama, che in questa agguerrita campagna elettorale all’ultima dichiarazione, sull’immagine ha puntato davvero tutto.
Il suo avversario, il repubblicano John McCain? Beh, secondo Barack, se venisse votato lui, sarebbe come consegnare a Bush un terzo mandato. Ma, dal punto di vista umano, nessuna condanna: “ Non è un uomo cattivo, è solo che non riesce a cogliere la portata dei problemi del Paese, magari non li conosce bene”. Ironia sferzante, senza mezzi toni, nell’ultimo (si fa per dire) atto di una guerra combattuta a suon di telecamere, slogan, populismi vari e una serie di colpi bassi mediatici.
Ad ascoltare l’afro-americano, nello stadio Invesco di Denver, c’erano 80.000 persone. E le televisioni di tutto il mondo. C’era perfino Walter Veltroni, l’Obama de’ noantri, o quantomeno uno che gli vorrebbe assomigliare dal primo pelo fino all'ultimo.
In fatto di economia e di politica estera, Obama ammicca gli eventuali elettori con un secco no alla dipendenza degli States dal Medioriente in fatto di petrolio. In dieci anni, l’obiettivo dovrebbe essere realizzato.
Immancabile, poi, 45 anni dopo, il suggestivo richiamo al sogno di Martin Luther King. Che in bocca a Obama diventa un auspicio possibile a vivere in libertà, ma sempre con l’obbligo della dignità e del rispetto reciproco, per far tornare grande l’America. Dovrà accontentarsi chi si attendeva l’ennesima utopia idealistica, o peggio, un deciso e inequivocabile "vogliamo di nuovo il mondo ai nostri piedi" .
Ecco, alla fine Obama tutto sommato si è limitato a esprimere un sogno realistico. Segno dei tempi. E i tempi cambiano. Non sarà che gli Usa (certo, è ancora presto per dirlo) hanno un po’ ridimensionato la loro urticante vena megalomane?


