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L' influsso delle tasse nella storia
 

C’è un invasore straniero che incombe sul nostro futuro e che minaccia il benessere e la prosperità della nazione. Non è la Cina e neanche la globalizzazione. Non occorre chiudere le frontiere e neanche mettere eserciti nelle città, questo è solo un astuto espediente per accrescere timore e consenso nel governo. Il nostro vero nemico non è oltre le Alpi e nemmeno in cielo: il nemico è nell’aria, in mezzo a noi, dentro di noi; è presente ovunque, in ogni transizione, e soffoca ogni entusiasmo e laboriosità tra gli uomini di buona volontà; spezza le ali ai giovani e li inchioda a terra, in una precarietà e in una compromessa, se non impossibile, mobilità sociale; ci obbliga a una sorta di lavoro forzato, impoverisce le famiglie e le condanna a una vita abbrutita; ferma i commerci e fa fuggire i capitali e le ricchezze altrove. Il nostro nemico si chiama imposizione fiscale totalitaria.

Credetemi, non sto delirando e non è neanche uno scherzo. E’ la scena maledettamente vera, comprovata dall’analisi storica oggettiva dell’influsso della tassazione sull’umanità che ha determinato fortuna e declino di imperi e civiltà dal mondo antico ai giorni nostri. E’ il libro con cui ho trascorso le mie vacanze: la rassegna storica, documentata con anni di lavoro da un importantissimo e illuminante studio pubblicato in Italia dalla Casa Editrice Liberilibri, che dimostra come l’eccesso della tassazione – cioè la rapina legalizzata – porta inesorabilmente alla fine dell’economia. L’autore, Charles Adams, è un avvocato tributarista, economista e storico. E desidero che questo libro sia alla base del prossimo Corso di Liberalismo di Cervinara.

La storia è maestra di vita, si dice. Ma non teniamo abbastanza conto di questa verità. L’impero romano non sarebbe crollato se Diocleziano avesse continuato la politica fiscale di Cesare Augusto e di Marco Aurelio. Augusto è stato il più brillante stratega fiscale liberista di tutti i tempi. Volendo saltare la storia per brevità di analisi, la Spagna del XVII secolo avrebbe mantenuto la sua forza navale e militare nel mondo se non fosse stato per un’imposta, l’alcabala. Stessa sorte l’ancien régime in Francia, dove la taille era un’imposta odiatissima, finita nella violenza della rivoluzione, costata la testa a Luigi XVI. Alla base delle rivolte delle colonie americane ci sono state le tasse, che gli Americani si rifiutavano di pagare per la Gran Bretagna. Edmunde Burke, rispondendo al Parlamento inglese che chiedeva spiegazioni sulle rivolte dei coloni, disse. “Sapete, signori, in questo paese è accaduto che le grandi lotte per la libertà fossero fin dai tempi più remoti, principalmente per la questione delle tasse”. E gli esempi potrebbero continuare, ma questa sarà lezione del prossimo Corso.

L’Italia è un Paese in recessione e la “madre di tutte le cause” è il ruolo soffocante che lo Stato ha assunto nella vita economica e sociale. La crescita economica e la competitività di un Paese sono i fattori cruciali di benessere e prosperità. Da dove prenderà le risorse lo Stato per far fronte al suo fabbisogno in un’economia ferma? I signori politici non si rendono conto della gravità, pretendono l’aura di alta eticità mentre il Paese affonda. In realtà, le sfide sono tali che il tradizionale meccanismo - basato sull’italianità e sulla vivacità della società civile che compensano le inefficienze e le rigidità della politica - può venir meno.

La politica fiscale è alla base dell’ascesa e del declino di ogni civiltà in ogni epoca. Per questo esiste una sola strada che porta alla crescita economica: quella della drastica diminuzione delle tasse. La vera politica di bilancio è la politica di riduzione dello Stato e non la politica di spesa pubblica finanziata dal deficit di bilancio. Se esiste “crisi economica” non è perché la domanda globale è insufficiente, è perché i produttori sono scoraggiati a produrre e lavorare di più, essendo troppo bassa o addirittura negativa la remunerazione. E’ un problema di offerta, non di domanda, come vuol far credere la scellerata teoria keynesiana. Lo sviluppo inizia là dove arretra lo Stato!

E’ questa la vera lezione che possiamo trarre dalla storia. Ovunque gli uomini siano stati messi nelle condizioni di creare e produrre in libertà, con un’imposizione fiscale “giusta”, hanno creato civiltà, arte e benessere. Al contrario, laddove la potestà tributaria – il fardello oltraggioso, come lo chiamavano i Romani – è usata come strumento per depredare alcuni cittadini a favore della burocrazia onnivora, lì sono cominciate la decadenza e la fine del ciclo vitale, sfociando nella tirannia oppressiva. La prima fase di ribellione è l’evasione fiscale dilagante, la seconda il disordine, la terza la violenza. La democrazia si è ridotta ormai a farsa della democrazia.

Qualsiasi discorso serio sul futuro deve concentrare la nostra attenzione sul sistema fiscale. Dunque occorre fare delle imposte una grande questione nazionale. Questa è la vera emergenza e dovrebbe essere la priorità nell’agenda del governo e posta a caratteri cubitali sui giornali. I nostri governanti, invece, sembrano impegnati in un viaggio nello spazio, lontani dalle vicende terrestri; noncuranti della minaccia, della diga che s’ingrossa giorno dopo giorno, dei contribuenti esasperati e immiseriti a cui stanno finendo i tranquillanti. La storia per i nostri politici non conta e così siamo condannati a ripeterla con esiti imprevedibili.

Dobbiamo chiederci fino a dove il livello di fiscalità e di violazione della privacy sia compatibile con la sopravvivenza di una società liberale. E se questo livello oggi è ampiamente superato, allora viviamo una nuova schiavitù. E se esistono ancora dei liberali, questi devono rileggersi la Magna Carta del 1200, la Scuola di Salamanca, gli illuministi scozzesi e i padri fondatori del federalismo americano.

E’ il momento di alzare la testa e di perseguire obiettivi di rilevante spessore etico e sociale, non di servire ciecamente il Principe.

Luigi Tangredi 29/09/2008

 

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